Segui il canale WhatsApp di Dog Digital!
Il tema dei cani modificati geneticamente torna al centro del dibattito scientifico dopo la notizia giunta dal Regno Unito, dove due cuccioli di Beagle, Bailey e Alfie, sono stati creati in laboratorio attraverso tecniche di genetica. I ricercatori hanno disattivato il gene responsabile della produzione della proteina Can f 1, considerata il principale allergene presente nel pelo e nella saliva dei cani. L’obiettivo è ottenere esemplari cosiddetti ipoallergenici, destinati alle persone che soffrono di allergie ma non vogliono rinunciare alla compagnia di un cane.
Il caso di Bailey e Alfie solleva questioni che vanno ben oltre la salute delle persone allergiche. Anche la scelta della razza non è casuale: i Beagle vengono utilizzati da decenni nei laboratori di sperimentazione animale per il loro carattere docile, il pelo corto e la resistenza fisica, caratteristiche che li rendono più semplici da gestire durante gli esperimenti. È proprio questa lunga storia di utilizzo nella sperimentazione a rendere la vicenda ancora più delicata. I due cuccioli non sono infatti il risultato di un normale processo di selezione, ma di una modifica genetica progettata in laboratorio per ottenere una caratteristica precisa e rispondere a un’esigenza umana.
Le associazioni animaliste, tra cui la LAV (Lega Anti Vivisezione), hanno definito l’operazione una deriva pseudoscientifica che rischia di trasformare gli animali in prodotti su misura, un fenomeno che presenta alcune analogie con quanto già avviene nel campo della clonazione commerciale di animali da compagnia. Il timore principale riguarda soprattutto il precedente che potrebbe creare. Se oggi si modifica un gene per eliminare un allergene, domani si potrebbero modificare anche altre caratteristiche del cane, dal colore del mantello alla taglia, fino al comportamento o al carattere, scegliendo quelli ritenuti più adatti alle esigenze del proprietario.
Un meccanismo simile è già emerso in altri ambiti dell’allevamento animale, dove la selezione e la manipolazione delle caratteristiche fisiche sono state spinte fino a privilegiare determinate esigenze produttive a discapito, in alcuni casi, del benessere dell’animale. Un esempio è il caso dei cosiddetti featherless chicken, polli con un piumaggio fortemente ridotto sviluppati da ricercatori israeliani nei primi anni Duemila. L’idea alla base di questi animali era duplice: da una parte favorire la dispersione del calore nei climi molto caldi, dall’altra ridurre il lavoro necessario dopo la macellazione, eliminando la fase della spiumatura. Una caratteristica che ha giustamente sollevato forti critiche da parte degli esperti di benessere animale. Le piume, infatti, non sono un elemento superfluo: proteggono la pelle dal sole, dal freddo, dalla pioggia, dai parassiti e dalle lesioni.
Il paragone con l’allevamento intensivo aiuta a comprendere il problema: quando aumenta la possibilità di intervenire sulle caratteristiche di un animale, aumenta anche il peso delle esigenze umane nel determinare quali caratteristiche siano desiderabili e quali no. Ciò che nasce per risolvere un problema concreto può trasformarsi in una selezione sempre più estrema, fino ad arrivare a progettare l’animale secondo i gusti e le esigenze di chi lo alleva o lo acquista, trattandolo di fatto come un prodotto da configurare, quasi fosse un’automobile.
Il rischio è che si arrivi a considerare il cane come un animale da personalizzare secondo i propri desideri, dimenticando che si tratta di un essere senziente, con bisogni, caratteristiche e comportamenti che non possono essere ridotti alle preferenze di chi lo acquista.
È una questione che chiama in causa la responsabilità della ricerca scientifica e il modo in cui scegliamo di considerare gli animali. Un cane non dovrebbe essere visto come un prodotto da progettare secondo le preferenze del proprietario, ma come un essere vivente con caratteristiche e necessità proprie, indipendentemente dal suo patrimonio genetico. Forse la domanda che dovremmo porci non è quanto possiamo modificare un animale per renderlo più adatto a noi, ma quanto siamo disposti ad accettarlo per quello che è. Perché il benessere animale comincia anche da qui: dal riconoscere che un cane non è un prodotto da progettare secondo le nostre esigenze.


