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Sono sempre di più gli escursionisti che affrontano i sentieri di montagna con il cane al seguito, e ogni anno sui sentieri delle Alpi e dell’Appennino se ne incontrano ormai parecchi. Portare il cane in montagna richiede però un approccio diverso rispetto alla passeggiata sotto casa: il tempo cambia in fretta, la fatica si accumula senza dare troppi segnali e l’animale non può comunicare a parole il proprio disagio. L’esito di una gita dipende in gran parte dai preparativi prima della partenza, nel momento in cui si sceglie l’itinerario e si prepara lo zaino. Chi ci arriva con le idee chiare scopre che il dog trekking può dare soddisfazioni a entrambi, invece di finire in una giornata da dimenticare.
Valutare il cane prima di scegliere l’itinerario
La resistenza di un cane in montagna non dipende dalla sua vivacità. Un animale abituato a giri brevi intorno all’isolato fatica su un dislivello di seicento metri, per quanto l’entusiasmo delle prime curve possa far pensare il contrario. La preparazione fisica va cominciata alcune settimane prima dell’uscita e non richiede necessariamente l’ambiente montano: vanno organizzate passeggiate via via più lunghe in base al percorso che si vuole poi intraprendere in montagna, a cui si aggiungono tratti in salita e in discesa, fondi irregolari come sterrati, prati sconnessi o brevi pietraie. L’ideale sarebbe affiancare alle uscite un breve programma di allenamento, con una routine di stretching e una parte cardio. La prima mantiene elastica la muscolatura e riduce gli infortuni da sforzo, la seconda alza la soglia di fatica e accorcia i tempi di recupero fra una salita e l’altra. Muscoli e tendini si abituano così a sollecitazioni che sull’asfalto non incontrano mai; i cuscinetti plantari, in particolare, si irrobustiscono solo con l’uso ripetuto su superfici ruvide.
Su questa preparazione del cane entra nel dettaglio il dott. Matteo Ruina nel nostro videocorso sul dog trekking.
Sul passo di un cane, però, non pesa solo l’allenamento. A limitarlo è di volta in volta il fisico e il percorso va calibrato sui limiti che esso comporta. Nei cuccioli in fase di crescita, ad esempio, le cartilagini ancora immature mal sopportano lunghe discese e salti ripetuti; negli anziani calano massa muscolare e tono articolare, tanto che tre ore su un tracciato quasi piano si reggono meglio di due ore di salita continua. Con il muso corto dei cani brachicefali, come carlini, bulldog e boxer, a cedere per prima è invece la termoregolazione: l’ansimare perde efficacia e il cane inizia a faticare prima del solito.
Una visita di controllo a inizio stagione toglie ogni dubbio su cuore, articolazioni, peso e malattie croniche. Il veterinario sa dire fin dove ci si può spingere, ogni quanto conviene fermarsi e quali segnali tenere d’occhio sotto sforzo. Nessuna razza è esclusa a priori dai sentieri di montagna, ma i chilometri che un cane può sostenere cambiano sensibilmente da un soggetto all’altro.
Cosa serve davvero sul sentiero
Una volta che si è sul sentiero l’equipaggiamento conta quanto la preparazione fisica. Il collare scarica tutta la trazione su trachea e vertebre cervicali, e risulta poco adatto a un sentiero ripido, dove gli strattoni si moltiplicano. È una buona idea quindi ricorrere a una pettorina a H, con appoggio sullo sterno e fascia libera dalle ascelle, in modo da distribuire la spinta sul torace e non impacciare il movimento delle spalle. In montagna conviene poi un guinzaglio corto, tra un metro e un metro e mezzo, meglio se ammortizzato e agganciabile in vita, così che le mani restino libere nei passaggi in cui servono per l’equilibrio.
Lo zaino da carico ha senso solo con cani adulti, allenati e abituati poco per volta al volume sulla schiena, dopo qualche uscita di prova su percorsi facili. Il resto dell’attrezzatura serve principalmente per mantenere l’energia lungo il cammino e per la gestione dei piccoli imprevisti:
- Acqua e ciotola pieghevole: conviene abbondare, perché le fonti lungo i sentieri non sono sempre attive né sempre pulite.
- Snack energetici: da dare a piccole dosi durante le soste, invece che in un pasto unico a fine giornata.
- Calzari o balsamo per cuscinetti: utili su ghiaioni taglienti, roccia surriscaldata e nevai residui.
- Pinza leva zecche e disinfettante non alcolico: da usare già al rientro dall’escursione, senza rimandare ai giorni successivi.
- Materiale da medicazione: garze, benda autoadesiva e guanti monouso bastano a tamponare un taglio fino a valle.
- Fascia rifrangente o luce a clip: rendono il cane visibile se il rientro è previsto dopo il tramonto.
Il tutto occupa poco spazio e trova facilmente posto in una tasca laterale dello zaino.
Un cane adulto, sano e allenato regge normalmente fra i 5 e i 10 km con dislivello moderato, e su percorsi facili arriva anche oltre
Regole da tenere mente con il cane in montagna
Le regole cambiano di valle in valle e manca una norma nazionale che disciplini una volta per tutte la presenza dei cani sui sentieri. Molti parchi nazionali e regionali vietano l’ingresso agli animali domestici per tutelare la fauna selvatica, altre aree lo permettono con l’obbligo del guinzaglio, altre ancora lasciano correre. Capita che un itinerario sia percorribile nel primo tratto e vietato subito dopo, appena varcato il confine di un’area protetta, spesso senza che sul posto ci sia un cartello a ricordarlo.
In generale vale l’ordinanza ministeriale sulla tutela dell’incolumità pubblica: guinzaglio non più lungo di un metro e mezzo nei luoghi aperti al pubblico e museruola al seguito, da mettere se lo chiede l’autorità o se c’è pericolo per le persone. Quando il cane torna al richiamo e il percorso lo consente, tuttavia, si può anche lasciarlo libero: sciolto esplora, annusa e individua da sé il passaggio migliore per affrontare un tratto sconnesso. Fuori dalle aree protette, su un sentiero di montagna non soggetto a un divieto specifico, la possibilità di camminare senza guinzaglio è maggiore, purché l’animale sia effettivamente sotto controllo.
Ogni contesto attraversato segue poi regole proprie, e qualche verifica prima della partenza evita brutte sorprese:
- Impianti di risalita: i cani salgono quasi sempre con la museruola, a volte con un biglietto a parte e con limiti di taglia.
- Rifugi: l’accoglienza va concordata in fase di prenotazione, perché dormitori e sale comuni seguono regolamenti propri.
- Aree di pascolo: le recinzioni elettrificate sono segnalate da cartelli che indicano i passaggi consentiti agli escursionisti.
- Sentieri attrezzati e vie ferrate: di fatto preclusi a un animale che non può salire su scale metalliche e cavi d’acciaio.
In ogni caso uffici turistici, gestori dei rifugi e stazioni forestali rispondono volentieri a una telefonata e conoscono le limitazioni stagionali meglio di chiunque.
I rischi per un cane in montagna
Il primo guaio rischia di presentarsi prima ancora del sentiero, quando gli impianti fanno guadagnare in pochi minuti quote che a piedi chiederebbero ore e l’altitudine inizia a farsi sentire sull’organismo del cane: sopra i duemila metri capita che diventi apatico, respiri in fretta anche da fermo, e in rari casi vomiti o cammini incerto. Quasi sempre basta riportarlo più in basso, purché i segnali vengano riconosciuti per tempo e non si scambino per stanchezza.
Una volta in cammino i rischi si spostano sotto le zampe, in una fascia che sfugge a chi osserva il fondo dall’alto di un metro e settanta. Un ghiaione instabile frana sotto quattro appoggi ravvicinati più che sotto due, una cengia erbosa scivola con la rugiada del mattino e un nevaio residuo ancora duro all’alba può far slittare l’animale verso il salto di roccia sottostante. I canaloni attirano poi i cani che cercano una via di discesa più diretta, e la risalita autonoma risulta quasi sempre impossibile; il Soccorso Alpino interviene ogni stagione su recuperi di questo tipo.
Alle insidie del terreno si sommano quelle che arrivano di lato, senza preavviso. Caprioli, camosci, lepri e simili rischiano di spingere all’inseguimento anche il cane più tranquillo, il quale poi rischia di perdersi o farsi male. Incontri improvvisi con una femmina di cinghiale con i piccoli o, magari, un orso sono ancor più delicati: in questi casi mantenere la calma e retrocedere lentamente è generalmente la strategia migliore. Più difficile invece è accorgersi in tempo delle vipere. Queste tendono infatti a rintanarsi nei pietrai al sole, proprio dove il cane infila volentieri il muso nelle fessure tra i sassi, e tendono ad essere un’eventualità concreta da primavera fino a inizio autunno.
La differenza tra un’uscita riuscita e una giornata complicata sta quasi sempre nel margine di sicurezza che si decide di mantenere, sia sul dislivello sia sugli orari. Un cane che rientra stanco ma in buone condizioni chiede di ripartire la settimana successiva, e quel comportamento resta il migliore indicatore della qualità dell’escursione.
Domande frequenti
Da che età si può portare un cucciolo in montagna?
Fino ai 12 mesi circa, e anche oltre nelle razze di taglia grande, le cartilagini di accrescimento restano vulnerabili: discese molto lunghe e salti ripetuti rischiano di danneggiarle. Nei primi mesi vanno bene passeggiate brevi su terreno vario, senza dislivelli marcati e senza inseguire il passo di un adulto. Mezza giornata su un sentiero facile è già un traguardo per un cucciolo. Prima di programmare un trekking con il cane più impegnativo conviene sentire il veterinario, che valuta lo sviluppo scheletrico in base a razza e taglia.
Il cane deve stare sempre al guinzaglio sui sentieri di montagna?
L’ordinanza ministeriale sulla tutela dell’incolumità pubblica prevede il guinzaglio non più lungo di un metro e mezzo nei luoghi aperti al pubblico e la museruola al seguito. Sui sentieri le regole si sovrappongono a quelle locali: molte aree protette impongono il guinzaglio, altre vietano del tutto l’accesso agli animali domestici. Al di là dell’obbligo, tenere il cane in montagna legato nei tratti esposti, vicino ai pascoli e in presenza di altri escursionisti evita inseguimenti, cadute e discussioni. Il guinzaglio ammortizzato con aggancio in vita lascia libere le mani.
Come si capisce se il cane soffre il mal di quota?
I segnali compaiono soprattutto quando si sale in fretta con gli impianti e restano sfumati: apatia improvvisa, respiro accelerato anche da fermo, andatura incerta, rifiuto del cibo, in qualche caso vomito. Il rischio sta nello scambiarli per semplice stanchezza e nel proseguire. Quasi sempre basta riportare il cane in montagna a quote più basse perché il quadro rientri nel giro di poco. Se i sintomi restano anche dopo la discesa, una visita veterinaria chiarisce se dietro c’è dell’altro, come un colpo di calore o un problema cardiaco.
I cani possono salire sugli impianti di risalita?
Nella maggior parte dei comprensori sì, quasi sempre con museruola obbligatoria e guinzaglio corto. Alcune società di impianti chiedono un biglietto dedicato, altre applicano limiti di taglia o ammettono i cani solo su cabinovie e seggiovie con barra di chiusura. Le regole cambiano da valle a valle e da stagione a stagione, quindi una verifica sul sito della società o una telefonata prima di partire risolve il dubbio. Va ricordato che salire di quota in pochi minuti espone il cane al mal di quota più di una salita a piedi.


